©️AMRP – a cura di Elisa Mezzacapo
La manifestazione di Dio
Dio, nostro Padre e Salvatore, non è un Dio che appare in modo spettacolare, ma è un Dio che trapela, che si lascia intuire nelle fenditure della sofferenza, negli incontri con Lui, nelle ferite che diventano feritoie.
Dio non sempre si manifesta quando chiediamo un segno. A volte non chiediamo più niente, ma Dio entra nelle nostre fessure. Lì, nella stanchezza e nella sofferenza, qualcosa brilla e ci fa voltare verso di Lui. Non vediamo un volto, ma riconosciamo la Sua presenza vera e viva; e quella presenza ci chiama per nome, ci riscatta e ci restituisce la dignità di figli di Dio. La sua manifestazione, quasi come un sussurro, inizia molto prima dell’arrivo a un punto di stallo nella nostra fede: inizia nel lento sgretolarsi delle difese interiori che ci portiamo appresso. Non si impone, bensì filtra; goccia dopo goccia, parola dopo parola, prende spazio. Ogni fenditura del nostro cuore diventa un varco di fronte alla Sua potenza e, in ciascun varco, scrive il Suo Nome in caratteri d’oro, incisi nella carne viva del cuore, come promessa eterna.
Siamo dei riflessi della Sua luce. Sul monte, in chiesa, nel volto di chi pregava accanto a noi, la stessa Presenza si ripresentava con accenti diversi: Colui che guarisce, che provvede, che sostiene, che è.
Yahweh: Io sono colui che sono.
Abbiamo parlato più volte dell’importanza del nome. Il nome è quello strumento che ci consente di qualificare le cose per quello che sono, nella loro essenza; ci permette di conoscerle e di vedere il loro nucleo. Dio ci chiama per nome e ci dice che Gli apparteniamo:«Non temere perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni» (Is. 43,1).
Così come noi abbiamo un nome, anche Dio si è rivelato con un Nome, un nome che non è solo un suono o un titolo, ma è la manifestazione della Sua Presenza. Egli è Yahweh: è Colui che è. Quando Mosè, tremante, si avvicina al roveto ardente, Dio si manifesta con parole che resteranno scolpite: «Io sono Colui che sono» (Es 3,14).
Il nome di Dio è un nome sacro, che trasforma tutte le cose. Per esempio, il secondo comandamento prescrive: “Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio”. O ancora, quando inizia la celebrazione della Santa messa, il sacerdote recita: “Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. È il nome e la potenza di Dio che permea tutte le cose. Yahweh è Dio che parla, che chiama, che si fa incontro; è Persona, viva e presente.
Dio vede, ascolta e resta, anche nel pianto. Yahweh è Colui che raccoglie le lacrime, che è anche quando non capiamo. Dio le raccoglie una ad una, come pietre preziose, e le trasforma in promessa di redenzione, come segnale della sua Presenza viva. Quando viviamo delle situazioni angoscianti e micidiali, è la celebrazione penitenziale del pianto a cui Lui rispondee che ci apre le porte alla conversione del cuore; il pianto stesso diventa preghiera. E Yahweh risponde, trasformando il pianto inconsolabile in dolce linguaggio di incontro nella gratuità dell’Amore.
In Gesù Cristo, poi, la Parola si è fatta carne e Dio, che è sempre stato, si è lasciato toccare, vedere e amare. Yahweh, quindi, è Colui che è: il Dio potente e creatore, Padre di tutti gli uomini, Re di tutte le cose che regna su tutto l’universo. È un Dio che ci chiama e che ci parla, come fece con Mosè. È l’Alfa e l’Omega, che si manifesta come Dio e come Padre.
Yahweh è Presenza, anche nel silenzio, anche nella stanchezza, anche nella domandaapparentemente senza risposta. È lì, prima ancora che ce ne accorgiamo.
Rapha: Colui che guarisce.
Dio è anche Colui che guarisce. Il nome Rapha non indica solo la guarigione fisica, ma anche il ripristino: Dio opera non solo nei disturbi fisici, ma è anche guarigione emotiva e spirituale. Dio è il guaritore per eccellenza; il restauratore dell’anima, del cuore e della dignità. Dio vede le nostre ferite e scioglie il nostro cuore di pietra: Dio è colui che guarisce senza fare rumore.
La guarigione a volte si manifesta in modo potente e visibile (come nel caso di guarigioni fisiche), altre volte è delicata e agisce quasi come un sussurro. C’è un legame indissolubile tra fede e guarigione: è la nostra fede che ci consente di essere guariti; è la nostra fede che apre il cuore all’azione del Signore. Dio necessita del nostro “sì”, della nostra collaborazione, del nostro abbandono per poter operare in noi. Questo perché Dio non costringe, non forza, non impone, ma è un Dio paziente, che ama la libertà, che aspetta; e quando trova spazio, entra. Questo ci fa capire come la fede sia parte dell’esperienza della guarigione.
Ma non solo: la guarigione, come dicevo, è anche spirituale. La guarigione più grande è quella che tocca l’anima. E chi è il guaritore per eccellenza, se non Gesù Cristo? Gesù, attraverso la Sua morte in Croce, ci ha restituito la dignità di figli di Dio. La Croce non è legno di morte, ma è radice di Vita, quella vera, che ci viene donata da Dio; la Croce ha consentito il perdono e la riconciliazione con Dio e costituisce un dono di salvezza eterna della nostra anima.
Gesù Cristo è incarnazione viva del potere guaritore dell’Amore, della gentilezza e della compassione che ricostruisce ciò che è stato perduto col peccato. Dio ci conforta e ci guariscee la Croce è un gesto di Amore estremo: Gesù si è lasciato consegnare e ha fatto spazio alla volontà del Padre. In Lui vediamo che la guarigione nasce proprio da qui: la resa fiduciosa, dall’umiltà che lascia agire Dio.
Accettiamo la nostra Croce, imbracciamola e seguiamo Cristo. Perché è quando siamo umili e impariamo dal Maestro che veniamo amati. «Figlio, nella tua attività sii modesto, sarai amato dall’uomo gradito a Dio. Quanto più sei grande, tanto più umiliati; così troverai grazia davanti al Signore; perché grande è la potenza del Signore e dagli umili egli è glorificato.» (Siracide 3, 17-20). L’umiltà non è annullamento, ma guarigione del superbo; è ritorno al nostro posto: quello di figli. Non dobbiamo indagare cose più grandi di noi, malasciamo tutto in mano a Dio. Ed è lì che Rapha compie i gesti più grandi.
Jireh: Colui che provvede.
Dio è Colui che è, che guarisce, ma anche che provvede. Il nome Jireh indica proprio l’azione del “guardare”, del “vedere”, non solo nella dimensione fisica, ma anche in quella interiore, in quanto indica il percepire, il comprendere e ispezionare qualcosa da vicino.
Da qui si arriva al “provvedere”, al “fornire”: Dio vede i nostri bisogni e le nostre difficoltà e non rimane impassibile, ma agisce, facendo qualcosa a riguardo. è la provvidenza di Dio, che ci custodisce al centro del Suo sguardo pieno d’Amore. La risposta di Dio, quindi, non è causale o, per meglio dire, non è solo una reazione alle nostre preghiere; ma la sua reazione deriva direttamente dal fatto che Egli è Jireh, che vede, che ha lungimiranza e che conosce i nostri bisogni futuri ancor prima di noi. La Provvidenza di Dio è il risultato del Suo sguardo onnisciente nei confronti dei Suoi figli. Noi non dobbiamo semplicemente chiedere a Dio, ma dobbiamo confidare in Dio, che vede e che già sa tutto.
Nella tempesta, Dio non ci abbandona, ma ci guarda, e ci chiede di avere fede in Lui. Basti pensare che l’espressione “Non aver paura” è scritta per circa 365 volte nella Bibbia, una per ogni giorno dell’anno.
Lo sguardo di Dio emerge come promessa di salvezza: “Il sole e la luna si oscurano e le stelle perdono lo splendore. Il Signore ruggisce da Sion e da Gerusalemme fa sentire la sua voce; tremano i cieli e la terra. Ma il Signore è un rifugio al suo popolo, una fortezza per gli Israeliti. Voi saprete che io sono il Signore vostro Dio che abito in Sion, mio monte santo e luogo santo sarà Gerusalemme; per essa non passeranno più gli stranieri.” (Gioele 4, 15-17).
Shaddai: Dio Onnipotente.
Dio sostiene, allatta, è abbondante. È questo che significa Shaddai: è il Dio che basta. È il rifugio dei Suoi figli, che di null’altro necessitano se non del proprio Padre. «Chi dimora nel riparo dell’Altissimo, riposa all’ombra dell’Onnipotente. Io dico all’Eterno: “Tu sei il mio rifugio e la mia fortezza, il mio Dio, in cui confido”.» (Salmo 91,1).
Niente è impossibile a Dio. E questa è la consapevolezza sulla quale fondare la nostra fede: la manifestazione di Dio come potere supremo sopra ogni cosa. Suo è il Regno e tutte le ginocchia si piegheranno di fronte alla Sua forza! La potenza di Dio presenta carattere universale: è onnipotente in cielo e in terra, perché è stato Lui stesso a crearli e dispone della Sua opera secondo la Sua volontà. È il padrone della storia, che muove i cuori e guida i Suoi figli.
L’onnipotenza di Dio si accompagna a una dimensione paterna, che non contraddice la Sua potenza, ma la illumina: la forza di Dio è piena di tenerezza. Dio è Amore; proprio per questo non è un tiranno, perché rispettoso della libertà altrui per Amore, fermo restando il fatto che il Regno è il Suo. È un Padre misericordioso, che ha manifestato la sua potenza perdonando i nostri peccati.
Dio non è impotente, perché la Sua stessa identità è anche potenza. Di fronte alle nostre sofferenze, Dio a volte sembra incapace di impedire il male, ma così non è. Dio Padre ha manifestato la sua onnipotenza attraverso l’incarnazione in uomo e la risurrezione di Suo Figlio, Gesù Cristo.
Shaddai si manifesta nei gesti di compassione, ed è una cosa che noi stessi possiamo imparare dal Maestro, Gesù. Se, come la Veronica che ha compiuto un gesto di pietà nei confronti di Cristo mentre trasportava la Croce, anche noi siamo misericordiosi, Gesù ci benedirà col Suo preziosissimo sangue. “Muoio in croce per te, perché mi faceva più paura perderti, che affrontare questo”, è quello che Gesù vuole dirci.
Adonai: Colui a cui affidarsi.
Per quanto apparentemente simili possano sembrare, Adonai e Shaddai sono diversi tra loro. Shaddai è il Padre, che protegge e nutre i suoi figli, onnipotente e sufficiente; Adonai è il Re sul trono.
L’immagine di Dio come Re viene messa in relazione a tutti i tipi di situazione: quando si dubita, quando si adora, quando si viene chiamati da Dio, durante le tribolazioni, quando ci si sente deboli. È un plurale majestatis, che sta ad indicare la maestà e la grandezza del Signore, l’unicità nella Sua pienezza.
Adonai indica che Dio è il Re dei Re; il Sovrano che domina con giustizia e potere; il Suo Nome è sopra ogni altro nome; è il Re degli eserciti e della storia umana. È la signoria e il comando attivo di Dio nella vita personale e comunitaria del fedele, la Suprema autorità spirituale e morale, la guida che illumina il cammino e governa con saggezza. «Nell’anno della morte del re Uzzia, vidi il Signore seduto su un trono, alto e sublime; la sua veste riempiva il tempio.» (Isaia, 6,1).
Da qui si arriva all’affidamento: Dio è il nostro Signore, e a Lui ci affidiamo e ubbidiamo.Affidarsi ad Adonai significa riconoscere la Sua sovranità sopra ogni cosa, anche quando la vita è incerta o difficile. È affidarsi a Colui che ha suprema autorità, che tiene nelle Sue mani ogni evento, ogni battito del nostro cuore. Adonai è il porto sicuro dove trovare rifugio, poiché ha autorità su tutte le cose; è Colui che dà senso alle tempeste, perché sotto il Suo regno la vita ha un disegno più grande, anche nella sofferenza. Grazie al Signore, non è mai detta l’ultima parola, nemmeno sulla morte, perché Egli è Amore, Giustizia e Verità. È il Padrone del Suo Regno e nostra guida fedele.
E questa fede implica un salto nel vuoto: la nostra conoscenza si fonda sulla rivelazione di Dio, che rimane comunque insondabile se non per Sua volontà. Infatti, il Signore corregge, educa e guida nella Giustizia. Per questo, dobbiamo confidare in Lui: Dio ha in mano la storia dell’uomo e del creato, espressione di sapienza divina nel cosmo e nel tempo. Dio parla per salvare l’uomo, anche attraverso il dolore; ed è Lui che fa giustizia, in quanto Re dell’universo. È un Maestro, che insegna, corregge e guida; ma anche il Giustiziere per eccellenza.
Elohim: Dio Creatore.
Elohim è il nome che, nonostante il nome plurale, fa riferimento all’unico Dio, simbolo di maestà e grandezza nell’atto creatore. Elohim, infatti, è Colui che ha creato il cielo e la terra (Gen 1,1). È espressione di potenza dinamica, che tutto crea, nella sua natura divina. Dio crea dal nulla, non attingendo a risorse preesistenti, ma dando origine a tutto ciò che esiste per Sua volontà e potenza. È un atto rivelatore dell’infinità maestà di Dio: la capacità di trasformare il nulla in vita, ordine e bellezza.
Elohim è un termine al plurale e questo ci fa riflettere molto. Tralasciando tutti i dibattiti dottrinali sul significato di questo nome, proviamo ad applicarlo alla nostra vita. Quante cose noi rendiamo degli idoli durante la nostra vita? Quante cose o persone mettiamo prima di Dio? Tantissime. Ecco perché Elohim: nonostante l’infinità di idoli, Dio è l’unico da adorare e da seguire, perché è Colui che ci ha creati. È l’espressione della forza dell’alterità, come stabilità nel tempo, come fedeltà radicale, in ogni tempo e spazio.
È Dio che ci ha creati: è l’unico che conosce ogni singola cosa di noi. È l’unico che saprebbe dire da quanti atomi siamo composti; è l’unico che ci conosce dall’alba dei tempi. Ed è un Dio potente, ma anche pieno d’Amore: nessuno di noi è indispensabile all’universo per andare avanti; eppure, Dio ha scelto di creare un mondo in cui ciascuno di noi esiste, ed è voluto e amato dal Signore.
«Dobbiamo confessare che grande è il mistero della pietà:
Egli si manifestò nella carne,
fu giustificato nello Spirito,
apparve agli angeli,
fu annunziato ai pagani,
fu creduto nel mondo,
fu assunto nella gloria.»
(1 Timoteo 3,16)
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